Mat Collishaw e Fox Talbot, tra la fotografia e la realtà virtuale

Nel 1839, Henry Fox Talbot, scienziato inglese, si contendeva con Louis Daguerre il titolo di inventore della fotografia. Sin dal 1833, stava sperimentando i suoi photogenic drawings: fissava in negativo e su carta sensibile alla luce, grazie all’uso dei sali d’argento, delicatissime immagini di foglie, fiori, stoffe e pizzo, poggiati direttamente sul foglio.

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Henry Fox Talbot, Leaves of Jasmine, 1840-42, Photogenic drawing negative, www.getty.edu

Il daguerrotipo era un’immagine unica e non riproducibile, perché in positivo e su lastra di metallo, mentre i disegni fotogenici di Talbot rappresentavano una vera e propria rivoluzione: si sviluppavano su carta e, essendo in negativo, permettevano la riproduzione di diverse copie dalla stessa matrice. Allo stesso tempo, Talbot stava sperimentando il procedimento del calotipo, che non avveniva attraverso il contatto diretto dell’oggetto sulla carta sensibile, ma tramite la classica ripresa della camera oscura. I calotipi apparivano meno precisi rispetto ai daguerrotipi, soprattutto per il supporto utilizzato, la carta, ma in realtà è stata proprio l’invenzione di Talbot, anni dopo, a prendere piede, grazie alla sua  insita riproducibilità che invece non apparteneva al daguerrotipo.

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The Pencil of Nature, Fox Talbot, 1844, www.getty.edu

Nel 1844, Talbot dava alle stampe The Pencil of Nature, il primo libro illustrato da immagini fotografiche: 34 calotipi accompagnavano il testo scritto dallo stesso inventore, sull’arte di riprodurre la natura attraverso il nuovo medium della modernità. Ovviamente, non è tutto, perché Talbot, nell’agosto del 1939, partecipava ad una mostra sulle invenzioni e sui nuovi modelli di strumenti del XIX secolo, alla King Edward’s School di Birmingham. Presentava, per l’occasione, una serie di 93 disegni fotogenici e calotipi, una vera e propria testimonianza pubblica della rivoluzionaria invenzione di Talbot e compagni. 178 anni dopo, nel 2017, l’artista inglese Mat Collishaw ha riprodotto la stanza di quella mostra, The Model Room, in realtà virtuale. Il progetto, chiamato Thresholds, è nato nel 2015, ma ha preso forma alla fine del 2016, sulla piattaforma Kickstarter, dove Collishaw lanciava questo appello:

Virtual reality is finally emerging as an accessible medium. I am creating an experience that will take us back to the birth of photography, the medium that spawned all subsequent image-based technological innovations. I am committed to making this experience as accesible as possible and currently have four venues around the country lined up for 2017. I would like to make entry as little as possible, so am appealing to your generosity to help make this happen.

Dunque, l’obiettivo era quello di fare un salto nel passato, premettendo ai visitatori di girare tra gli oggetti di una mostra di più di un secolo fa. Il progetto è andato in porto e Mat Collishaw si è avvalso dell’aiuto dello storico della fotografia Pete James, del più grande studioso di Talbot, Larry Schaaf e di diversi sviluppatori di realtà virtuale, come Paul Tennant, insegnante nel laboratorio di Mixed Reality dell’Università di Nottingham. La mostra, quest’anno, è stata destinata a quattro luoghi espositivi britannici, la Somerset House di Londra a maggio, il Birmingham Museum & Art Gallery a giungo, la Lacock Abbey, Fox Talbot Museum a settembre e il National Media Museum di Bradford a novembre.

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matcollishaw.com/works/thresholds/ 

L’esposizione, ora in corso a Birmingham, consiste in una stanza completamente bianca, con diverse teche anch’esse bianche, che al loro interno non contengono nulla, perché tutto prende forma nella nostra mente e nei nostri occhi grazie al casco per la realtà virtuale HTC Vive, che viene fatto indossare al visitatore prima di entrare in questa asettica stanza. Il casco viene accompagnato da uno “zainetto” con sensori che permette di toccare le teche e di avere un contatto diretto con gli oggetti rappresentati in realtà virtuale. Le nostre braccia e i corpi attorno a noi appariranno come consistenze fantasmatiche, per accentuare la sensazione di viaggio nel tempo, come se la stanza della scuola di Birmingham riprendesse forma, costellata da fantasmi che viaggiano nel tempo.

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Riproduzione della Model Room, con le foto di Talbot nella teca. https://www.kickstarter.com/projects/1817545913/thresholds-vr?ref=nav_search

Collishaw ha voluto riprodurre in toto le condizioni dello spazio espositivo del 1839, inserendo un caminetto acceso e finestre da cui si possono osservare le proteste dei Cartisti, manifestanti della working class, che proprio nel 1839 richiedevano il diritto di voto e si opponevano al crescente incremento dei macchinari nell’industria, che toglievano lavoro agli operai reali. Lo spettatore, avvicinandosi alla finestra, può ascoltare dalle cuffie abbinate al casco, gli urli e gli slogan dei manifestanti. Il titolo della mostra, Thresholds, evoca l’elemento del passaggio, o meglio della soglia tra il mondo reale e quello virtuale, ma in questo caso, la porta di accesso alla stanza della mostra ha anche le sembianze di un portale che permette al visitatore di tornare magicamente indietro nel tempo. Tutto ciò, sfruttando l’avanzata tecnologia della virtual reality e ricongiungendola ad una sua antenata, la fotografia. Non c’è nulla di più bello di un lungo viaggio dalla camera oscura alla realtà virtuale, dal 1839 al 2017.

 

HTC vive

Mat Collishaw

Birmingham Museum & Art Gallery

Getty Museum

 

 

 

 

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